Interviste storiche: George Best

George Best

“La mia è stata una vita bella, amico. In fondo, ho fatto tutto quello che mi andava di fare…”. Erano da poco passate le due di notte e George Best stava seduto nel bar semideserto dell’Hotel Meridien di Montecarlo, come sempre davanti a un bicchiere. Era in vena di confidenze, quella sera di fine ottobre, l’ex campione alcolizzato: forse sentiva che poteva essere la sua ultima volta in compagnia del whisky. Pochi giorni dopo, sarebbe tornato al Cromwell Hospital di Londra, lo stesso dove gli era stato trapiantato il fegato, a lottare contro la morte. Attorno a noi non c’era quasi nessuno: solo qualche postadolescente russa o ucraina in cerca di compagnia. George le guardava e sorseggiava il suo scotch allungato con soda: “Se lo prendo liscio”, sorrideva, “resto secco su questa poltrona”. Aveva ancora gli occhi vispi e azzurri, quegli occhi che hanno sedotto quattro miss Mondo, diverse mogli e tante altre donne. Ma quella sera erano già occhi umidi di nostalgie e ricordi. Una rada barba bianca copriva il colorito insano della pelle. Un tremore lieve ma visibile offendeva le mani piccole e ben curate. Lo stomaco prominente era trattenuto a stento da una camicia bianca e forse da una pancera. Lo sguardo era quello di un uomo che sembrava volerti dire: lascia stare, amico, sono George Best e non mi rompere le scatole.

Calciatore baciato dal talento e maledetto dalla vita, “il più bravo del mondo”, secondo Pelé, classe allo stato puro: quella che gli faceva dribblare gli avversari tenendo stretto il polsino della maglia, quella che in una notte di primavera del 1968 (che notte, quel 29 maggio, e che anno, quel ’68), davanti a 100 mila spettatori, nel tempio del calcio chiamato Wembley, prese una palla che sembrava stregata nella sua metà campo, la tenne incollata al piede, iniziò a scartare a uno a uno gli avversari, entrò in area e, guardando dritto negli occhi il portiere, lo mise a sedere e depositò il pallone beffardo in rete. Non era un gol qualsiasi, quello. Era il gol della sua vita e della sua fine: finale Coppa dei Campioni, terzo minuto del primo tempo supplementare, Manchester United 2 - Benfica 1 (finirà 4-1). George Best aveva 22 anni e poco dopo vinse il Pallone d’Oro, lo stesso che 35 anni dopo mise all’asta e si vendette per 234.150 euro. Gli servivano per pagare i debiti. E per continuare a bere.

Quella sera, a Montecarlo, Best voleva parlare del suo nuovo libro di memorie, ‘Tackle duri, bagni sporchi’, la cui uscita ora è stata rinviata. Poi non ce la fece, e rinviammo la chiacchierata al giorno dopo. Al mattino George sembrava avere un’aria più serena. Le adolescenti russe erano svanite, la hall del Meridien era popolata di famiglie. Lui, alle undici, appena alzato, se ne stava svogliato in un angolo davanti a un boccale di birra. In giornata doveva ritirare, lì a Montecarlo, un ennesimo premio, il Golden Foot, che viene assegnato alle leggende viventi del pallone: Maradona e Platini, Riva e Rivera e così via. Tutta gente che, come lui, ha fatto la storia del calcio. “Boh, la storia… Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan”, rispondeva Best: “Quando ho iniziato io, l’Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi - e infatti io li portavo - la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia…”.

Best aveva 17 anni quando esordì in Premier League.

“Già, era Manchester United contro West Bromwich,14 settembre 1963. Quel pazzo di Matt Busby, l’allenatore, mi si avvicina e fa: ‘Ragazzo, oggi tocca a te’. Mancava un’ora alla partita, ci pensi? Avevo 17 anni, venivo da Cregagh Estate di Belfast, uno dei posti più poveri della città, e c’erano 54 mila persone all’Old Trafford. Era tutto quello che avevo sognato, era proprio tutto quello che avevo sognato nella mia vita, giocare al calcio al top e il Manchester United era il top. Ricordo ogni attimo, ogni sguardo. Non mi sentivo nervoso e me ne andai con gli altri a bere un tè al bar vicino allo stadio. Tornai mezz’ora prima di scendere in campo e notai che tutti i miei compagni, chi più chi meno, avevano come dei rituali prima di giocare. Ad esempio Nobby Stiles, che si spogliava accanto a me, dopo essersi messo le lenti a contatto continuava a sistemarsi la maglia e sembrava un maniaco dell’ordine. Bobby Charlton si faceva un bicchierino di scotch… Quello che non dimenticherò mai è l’urlo dei tifosi del Manchester United: camminavo nel tunnel e tutto rimbombava nella mia mente, e mano a mano che mi avvicinavo al terreno di gioco i suoni del tifo diventavano sempre più forti. Ero elettrico, era il mio giorno. E in effetti non andò male. Ricordo che quando la palla arrivava, non la ridavo più indietro”.

George Best ora ha 59 anni ed è rimasto ancora una volta solo. Anche Alex, la sua ultima donna, una bellissima bionda assai più giovane di lui, l’ha mollato dopo averlo trovato a letto con un’altra. Divorzio deciso in tempo record: due minuti e 40 secondi. Dicono che George fosse ubriaco anche quel giorno, in tribunale…

“Sì? Non mi ricordo. Sai, mio padre ha 87 anni e sta meglio di me che ne ho quasi 60. Però dicevano che non sarei arrivato a 30. Così ho vinto io”.

Certo, la partita di Best con la vita continua, ma i giocatori non sono più gli stessi. Non ci sono più Law e Bobby Charlton, non c’è più Nobby Stiles al suo fianco.

“Sì, è vero, non portiamo più i pantaloncini, ma il calcio è ancora la nostra vita. Ripenso in continuazione a quegli anni, ho grandi ricordi e grandi amici ancora oggi. Con Law e Charlton continuiamo a vederci, così le nostre partite non finiscono mai”.

Quel mattino, a Montecarlo, con Best si è anche parlato della felicità: smessi gli scarpini, la felicità di un ragazzo di Belfast diventato ricco, famoso, alcolizzato e poi invecchiato, solo famoso e alcolizzato…

“Credo che se tu chiedessi a un qualsiasi calciatore che ha smesso di giocare se è felice, non potrebbe che risponderti: no, amico, non sono felice. Certo che se potessi tornerei indietro, se si potesse inventare qualcosa per riportarmi nel passato, agli anni Sessanta, allora sì che sarei felice. Ma non si può, si deve andare avanti”. 

Un buon proposito, ma Best non smette mai di guardare indietro:

“Nel mio nuovo libro racconto i tempi in cui non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. I tempi in cui io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento… Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta”.

E lui, George Best, vivrebbe anche allo stesso modo? O forse cercherebbe di difendere il suo talento dall’alcol, le donne, il gioco d’azzardo? Gliel’ho chiesto e George mi ha guardato, un po’ scocciato e un po’ ironico, prima di rispondermi:

“Non penso affatto di aver distrutto quello che tu chiami talento. Ho giocato 12 anni per il Manchester United e ho vinto tutto. Non potevo fare di più. Forse potevo giocare a calcio più a lungo a un certo livello, ma me ne sono andato negli Stati Uniti, ci sono stato otto anni e mi sono divertito parecchio anche lì. Ho fatto tutto quello che mi andava di fare. Davvero amico, la mia è stata una gran bella vita, sai?”. 

27/10/2005

George Best intervistato da Emilio Piervincenzi (L’Espresso)

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