Kobe Bryant, il black mamba

“I don’t want to be the next Michael Jordan, I only want to be Kobe Bryant.”

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E’ una tranquilla serata a Philadelphia, Joe “Jellybean” Bryant sta cenando insieme alla sua compagna Pamela in un ristorante nel centro città. La signora Pamela ha deciso poche ore prima di scegliere quella cena per rivelare a Joe che la coppia aspettava un bambino. Joe, futuro papà, non riesce contenere l’entusiasmo; decide, in preda alla felicità, che suo figlio si sarebbe chiamato come quella succulenta bistecca Kobe che stava assaporando in quel momento. Si, suo figlio si sarebbe chiamato Kobe.

Kobe Bryant nasce a Philadelphia il 23 Agosto 1978.

All’età di 6 anni si trasferisce in Italia per seguire papà Joe, cestista di ottimo livello, ingaggiato dalla Sebastiani Rieti. La famiglia Bryant resterà in Italia fino al 1991 e le influenze italiane sulla crescita del piccolo Kobe saranno decisive in positivo per la sua carriera, come dichiarato più volte da lui stesso.

La passione, l’importanza della famiglia, l’alimentazione. Lo sfegatato tifo per il Milan. Queste sono le cose che il Bel Paese ha lasciato a Kobe, che parla ancora fluentemente italiano e che ha da sempre rivelato come l’Italia sarà sempre parte del suo cuore.

Papà Joe ha più volte dichiarato che se Kobe è diventato il giocatore che è oggi, lo deve soprattutto al basket italiano. “Gli hanno insegnato l’abc in Italia. In America si salta e si corre, ma pochi conoscono i fondamentali.”

Kobe Bryant in visita a Milanello

Kobe Bryant in visita a Milanello

Tornato negli States, Kobe si iscrive alla Lower Merion High School e in pochi mesi attira a se i riflettori degli scout di mezza America. Vince il titolo statale con la sua High School, frantumando il record di punti nel quadriennio liceale per la zona di Philadelphia, detenuto da “mister 100 punti” Wilt Chamberlain.

Nel 1996, al termine della high school, Kobe sceglie di non andare al college. Si dichiara infatti subito eleggibile per il draft NBA (cosa che al giorno d’oggi non potrebbe più fare) e a 18 anni sbarca nella NBA, scelto alla numero 13 dagli Charlotte Hornets. Bryant non giocherà mai con gli Hornets perché subito dopo averlo scelto, lo girano ai Los Angeles Lakers in cambio del centro serbo Vlade Divac, divenuto di troppo in California dopo l’ingaggio di Shaquille O’Neal da parte dei giallo-viola.

Kobe Bryant al Draft 1996

Kobe Bryant al Draft 1996

Kobe arriva quindi da matricola 18enne nella città delle stelle. Non se ne andrà mai più.

La prima stagione del 18enne Kobe Bryant a Los Angeles è fatta naturalmente di alti e bassi. Segna 7.6 punti di media a partita partendo dalla panchina e vince, dominandola, la gara delle schiacciate all’All Star Game. Alterna, durante la stagione, momenti di egoismo e di inesperienza in campo che vengono alla luce soprattutto nei playoff dove i Lakers vengono eliminati in 5 partite da Utah.

Dopo un secondo anno di crescita che vede la sua media punti alzarsi a 15.4 e l’elezione a sesto uomo dell’anno, la vera carriera di Kobe Bryant in NBA inizia a 20 anni, alla sua terza stagione, quando parte stabilmente nel quintetto titolare giallo-viola.

I Lakers perdono in semifinale di Conference contro gli Spurs ma nella successiva estate decidono di ingaggiare Phil Jackson come head coach. Il Phil Jackson che aveva reso grande i Chicago Bulls insieme a Michael Jordan.

Gli anni a seguire sono straordinari: i Lakers vincono tre titoli in fila, l’asse Kobe-Shaq sapientemente orchestrato e gestito da Phil Jackson, è inarrestabile.

“Non andiamo a cena assieme, non siamo amici. Ma il rapporto coach-giocatore è ideale. È conflittuale il giusto, perché entrambi amiamo le sfide. Senza Phil non sarei diventato quello che sono.”

Kobe, partita dopo partita, si dimostra sempre più padrone della squadra. Ha un atletismo pazzesco, segna in qualsiasi modo: in arresto e tiro, in penetrazione, da 3 punti. E ha un qualcosa, oltre a uno splendido fade-away, che lo fa assomigliare tremendamente a Michael. E’ sempre decisivo quando conta esserlo. Kobe non ha paura di prendere un tiro decisivo e questa sarà una caratteristica che lo accompagnerà per tutta la sua carriera cestistica.

Come spesso accade nel mondo dello sport, due personalità forti del calibro di Bryant e O’Neal faticano a coesistere nello stesso ambiente. Shaq è consapevole che sta perdendo la leadership della squadra a favore di Kobe e questo non lo può accettare. Sul campo i Lakers cominciano a faticare. Nel 2003 vengono sconfitti ai playoff dai San Antonio Spurs. Nel 2004, arrivati in finale con tutti i favori del pronostico, perdono 4-1 con i Detroit Pistons di Billups e Hamilton.

Kobe Bryant e Shaquille O'Neal

Kobe Bryant e Shaquille O’Neal

Nel frattempo, il 4 Luglio 2003 Kobe viene arrestato con l’accusa di stupro. Una giovane cameriera dell’hotel Cordillera in Colorado lo accusa di averla violentata. Bryant ammette di aver avuto un rapporto con la ragazza ma si dichiara non colpevole per l’accusa stupro. Le udienze si susseguono e, come confermato dai risultati in campo, Bryant risente molto della tensione di questa vicenda.

Alcuni sponsor, come Nutella e Adidas, decidono di interrompere la collaborazione con il campione di Philadelphia. La Nike, sempre abile nelle sue strategie di marketing, impiega solo 24 ore per mettere sotto contratto Kobe: da quel giorno Bryant è uno dei principali testimonial della più famosa casa sportiva di abbigliamento al mondo.

Il processo si conclude nell’agosto del 2004 con un ritiro delle accuse. Kobe poteva tornare a concentrarsi sul ciò che gli veniva meglio: giocare a basket.

Gli anni dal 2005 al 2007 sono sostanzialmente deludenti per i Lakers di Kobe, che addirittura non raggiungono mai neanche le semifinali di Conference.

In un contesto così buio per i Lakers, il 22 Gennaio 2006 Kobe Bryant mette a segno la seconda miglior prestazione ogni epoca per punti segnati in una singola gara NBA. Nella sfida allo Staples Center contro i Toronto Raptors, Kobe segna 81 punti. Le statistiche sono incredibili: 21/33 da due punti, 7/13 da tre punti e 18/20 ai tiri liberi, ai quali vanno aggiunti 6 rimbalzi, 2 assist, 3 palle recuperate ed 1 stoppata.

La straordinaria notte degli 81 punti di Kobe

La straordinaria notte degli 81 punti di Kobe

Kobe entra così nell’Olimpo dei giocatori NBA più forti di tutti i tempi. Manca solo il titolo di MVP della stagione regolare al suo straordinario palmarès: arriva puntuale nel 2007. I Lakers perdono la finale contro i Boston Celtics per 4-2 ma sono tornati al top della lega, guidati dal Black Mamba. Si perchè da qualche anno, Kobe stesso si fa chiamare il Black Mamba.

La stagione 2008/2009 è esaltante: i Lakers giocano una grande stagione regolare e vincono le Finali battendo Orlando in finale per 4-1. L’MVP delle Finali è ovviamente Kobe Bryant.

La stagione successiva è forse la più bella per Kobe. I Lakers arrivano ai playoff dove battono in sequenza Oklahoma, Utah e Pheonix. In finale trovano i loro storici rivali, i Boston Celtics. La serie è sul 3-2 per Boston. Kobe trascina i suoi Lakers in gara 6 e 7 e il titolo resta in California. Bryant è nuovamente MVP delle Finali.

E’ il quinto titolo per Kobe, uno in meno di Michael Jordan. L’obiettivo dichiarato è quello di vincere il sesto, per poter eguagliare il più forte cestista della storia.

Ma le stagioni seguenti sono deludenti a livello di squadra per i giallo-viola. Vengono eliminati brutalmente per 4-0 dai futuri campioni di Dallas nel 2011; stessa sorte, contro i Thunder, nel 2012. Nel 2013 addirittura non accedono ai playoff. E il destino sembra segnato anche nell’annata 2014.

Kobe nel frattempo ha battuto record su record: ha superato i 30000 punti in NBA, il più giovane di sempre a riuscirci; ha superato Wilt Chamberlain per punti segnati nella Lega. Ha vinto in totale 5 titoli NBA, 2 ori Olimpici, 1 MVP della Regular Season e delle Finali, 1 MVP dell’All Star Game, 1 gara delle schiacchiate. And counting, come si dice in America, perché Kobe non ha alcuna intenzione di appendere le scarpette al chiodo.

”Farei qualsiasi cosa per vincere una partita, che sia sedere in panchina e agitare un asciugamano, passare una borraccia ad un compagno, o segnare il tiro decisivo all’ultimo secondo. Quello che conta è vincere.”

The Black Mamba.

Emanuele Sica - Icampionidellosport

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